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Associazione Recupero e Salvaguardia Archivi Storici

a cura di Luciana Franco

 

Entro in punta dei piedi in questa stanza gelata, nessuno mi vede.

Il pavimento è di terra battuta, con sopra un po’ di paglia umida. Una piccola finestra lascia entrare poca luce. Le pareti sono intonacate a calce. Freddo ed umidità salgono dal pavimento e già mi hanno ghiacciato le ossa.

Nella semioscurità vedo un focolare spento; la legna costa e serve per la polenta.

Un pagliericcio in un angolo, sotto una povera coperta sdrucita, si indovina un uomo che ansima, ai piedi del letto il prete che sta parlando con una donna vestita miseramente, ma anche il prete porta una tonaca che ha visto tempi migliori.

A volte veniva solo il prete al capezzale del malato; non tutti i paesi avevano il medico, che comunque purtroppo aveva ben poche armi davanti alla maggior parte delle malattie.

Spesso il medico non poteva che prendere atto della gravità della situazione e tornare il giorno dopo per redigere l’atto di morte, che poi il parroco diligentemente copiava nel registro parrocchiale dei defunti.

Le condizioni di questi nostri antenati, o perlomeno della maggioranza, erano veramente miserevoli.

La maggior parte delle persone era definita “villica”, cioè nullatenente, che si manteneva col solo lavoro nei campi altrui e di manovalanza. Le paghe erano assolutamente insufficienti, non bastavano per il cibo e a volte non si riusciva a pagare l’affitto del campo e dell’abitazione (!) al padrone, che faceva credito per un anno o due, ma poi la famiglia veniva cacciata dalla proprietà.

La fame era una triste compagna quotidiana, ci si cibava di polenta, erbe, qualche prodotto del campo, che però serviva per la maggior parte a pagare l’affitto, come pure gli animali da cortile, le uova e la frutta. Al villico non restava che la polenta e la fame. Chi riusciva ad allevare un maiale, non riusciva a fargli superare i 50 kg e comunque doveva pagare una tassa di macellazione piuttosto alta, che era uguale sia per il maiale magro del povero che per il maiale ben ingrassato del benestante.

Povertà, malattie, fame e malcontento imperavano in questo periodo.

Non erano rarissimi i suicidi e c’è da chiedersi se fossero tutti dovuti alla “mania pellagrosa”, di cui poi parleremo, o se qualcuno fosse dovuto alla disperazione di un padre che vedeva i suoi figli morire di fame.

Le condizioni di vita quindi erano così difficili da costituire la causa principale dei decessi.

Morire nel 1800